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Sarah Steffens

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IN ARIA..., kiocciola, NST & GRAFICA DI STILE
una vita che scorre nella mia testa e nelle mie dita
giovedì, 08 maggio 2008
Comincio dallo scatolone “Foto di famiglia”.
Gli album sono a quadrettini azzurrini, con quelle copertine di plastica lavabile.
Sì, azzurrini, perché io dovevo essere un lui. Cioè Giovanni.
Nell’era pre-amniocentesi c’erano sistemi molto più rudimentali per definire il sesso del nascituro, tra cui la forma della pancia, le fasi lunari e i detti popolari.
In pieni anni sessanta non so quali fossero stati i fautori della teoria secondo cui io dovevo nascere col pivellino invece della passerina, ma tant’è.
Così crebbi felice e serena avvolta in completino azzurri, asciugamani azzurri, copertine e lenzuoline azzurre e con i miei bei album di foto azzurri.
Forse per questo ero un gran maschiaccio, poco femminile molto sgraziata. Giocavo con autopiste e ferrovie elettriche, odiavo le bambole e soprattutto le Barbie. MI insozzavo da capo a piedi a giocare alla guerra delle cerbottane col pongo e lo stucco che raschiavo dagli infissi. Avevo solo amici maschi, odiavo le mie compagne di scuola.
Se qualcuno fosse già lì a vedere in questo una precoce identificazione sessuale deviata si sbaglia. Già in quarta elementare avevo il fidanzato. Io e lui eravamo i migliori della classe. Ero veramente brava a scuola, la maestra portava i miei quaderni in giro per la scuola a far vedere alle colleghe in tailleur e giro di perle quanto fossi ordinata.
Avevo anche partecipato a concorsi di disegno. Insomma ero una secchiona.
Mascherata da scavezzacollo, ma secchiona.
Apro il primo album.
Le foto in bianco e nero, un po’ sfuocate e sbiadite, mostrano la mia famiglia, una classica famiglia di medio borghesi.
I miei avevano un negozio, e a quei tempi era segno di benessere. Una cartoleria per la precisione, quindi ho sempre avuto la passione per gli articoli di cancelleria. Ancora adesso è il reparto che mi attrae di più nei centri commerciali, seguito a ruota da quello dei libri e cd e dei detersivi. Ma queste sono passioni recenti da zitella…
I miei primi ricordi sono di quel profumo misto di mina di matite, di carta, di gomme. Mi vedo mio padre al banco e mio nonno alla cassa. Io spesso stavo nel retrobottega a fare i compiti, perché a volte la mamma dava una mano anche lei, se mio padre doveva andare dai fornitori. Avevo il mio tavolino, che era un banco di scuola vero e proprio. Non ho mai saputo come fosse finito lì, se l’avessero rubato o fosse stato un dono in cambio di una fornitura di materiale. Aveva proprio la scanalatura per appoggiarvi le biro e il buco che mi dicevano serviva quando c’era il calamaio. Io quel buco lo usavo per infilarci le temperature di matita. Una volta avevo anche sfidato un mio compagno a mangiarle.
Arrivavo in negozio con la mia cartella di cartone, tiravo fuori quaderni e sussidiario e stavo lì tutto il pomeriggio senza fare storie. Quando avevo finito andavo a giocare con gli amichetti che abitavano nel condominio sotto cui c’era il negozio. Davanti avevamo un portico, su cui si affacciavano anche un negozio di alimentari, una latteria, un ortolano e una macelleria.
Il periodo più bello era quando facevamo le bancarelle.
Mettevamo delle cassette di frutta rovesciate e ci appoggiavamo in esposizione di tutto, dai braccialetti fatti con le perline ai giornalini, dai soldatini ai portamatite fatti con i barattoli dei pelati ricoperti di carta vellutina.
 
La mia famiglia non era povera, ma nemmeno ricca. Tirava avanti, come si suol dire. Si facevano tanti sacrifici e tante rinunce, anche se ognuno aveva le sue passioni e le coltivava, usando il denaro oltre che per sopravvivere, anche per divertirsi.
Mio padre amava due cose: i viaggi e la fotografia. Certo, non potevamo permetterci grandi vacanze, ma spesso giravamo sulla nostra 1100 giardinetta blu scuro, oppure io e lui andavamo alle gite parrocchiali.
Allora la parrocchia sopperiva a ciò che non ci si poteva permettere. Si facevano gite culturali, a volte anche di due giorni.
Lui aveva sempre la sua Laika al collo, con quella custodia marrone rigida e lucida. Fotografava di tutto. Poi portava i rullini dal suo amico Gianni, che glieli sviluppava con un prezzo di favore. Ma la sua passione era fare gli album a tema. Le foto che uscivano dalla camera oscura poi creavano storie incollate su album di tutte le fogge e le grandezze, ed ogni album aveva un titolo scritto con le lettere che parevano in rilievo. Da sempre mio padre era patito dei titoli, me li faceva anche sui quaderni per indicare gli argomenti di storia e di geografia. Molti di quegli album me li sono portata con me, tutti quelli dove sono protagonista: nascita, primi mesi, compleanni, comunione, cresima, foto di scuola, gite.
Penso che la sua grande delusione sia non aver mai fatto l’album di nozze per la sua figlia maggiore. Sarebbe sicuramente il suo sogno.
Mia mamma invece aveva altre due passioni, completamente diverse: il ballo e il gioco delle carte.
Andava a ballare al mercoledì con la Franca, l’amica di infanzia con cui era sempre in contatto e che abitava nel nostro condominio, con suo marito e suo cognato. Mio padre preferiva starsene in casa a guardare la televisione, magari l’opera o il teatro.
Poi la domenica pomeriggio c’era la partita a carte da noi. La mamma stendeva sul tavolo del soggiorno la tovaglia di panno verde e iniziavano interminabili tornei di briscola con la zia, lo zio e la vicina di pianerottolo, la Lina, una pensionata che ricordo da sempre vecchia e con una treccia di capelli arrotolata dietro la nuca, uno scialle di lana, anche in estate e le ciabatte di pelle rosse con una specie di batuffolo di cotone sopra. Qualche anno fa, quando morì, pensai che probabilmente nella bara era vestita nello stesso modo.
Oltre a questi due momenti, per mia mamma esisteva solo la casa. Andava ogni tanto in negozio, ma con il rammarico di non poter pulire, spolverare, lavare.
La nostra casa di allora era molto diversa da questa dove abiterò io da oggi in poi.
Le case una volta erano state concepite per altri scopi. C’era un corridoio lungo su cui si affacciavano le stanze e in fondo c’era il ripostiglio. Sulla destra c’erano il soggiorno, col salotto e la sala da pranzo, poi, dopo una porta che divideva la zona giorno da quella notte, c’erano il bagno e la mia cameretta, che poi avrei condiviso con mia sorella. Sulla sinistra c’erano la cucina e la camera dei miei.
Lungo quel corridoio ricordo innumerevoli scivolate, corse coi pattini e col cavallo a dondolo e col triciclo e persino con la prima bicicletta con le rotelle. I pavimenti erano rigorosamente a cera. Mi chiedo come mai nonostante la cera mi si lasciasse usare pattini e bici. Non lo so, ma era così. Probabilmente mia madre, il giorno dopo che avevo finito di fare danni, passava lo straccio con la cera e olio di gomito.
Scritto da: ariet64 alle ore 18:47 | link | commenti | categoria: capitolouno
sabato, 03 maggio 2008
Io le cose o le faccio bene o non le faccio. Mi spiego.
Piuttosto che mettere in casa mobili a caso, recuperati di qua e di là, resto senza. O mi piacciono, e saranno quelli per sempre, o niente.
Sono così anche con le persone.
Aspetto, le studio a distanza, prendo le misure, come con i mobili. Faccio delle foto e le riguardo, provando a vedere se si abbinano con gli altri mobili. Poi cerco su internet se sono veramente validi, faccio confronti qualità prezzo, leggo le opinioni di chi li ha già.
Insomma mi informo.
Non sono una sprovveduta, anche se mi hanno detto che sono ingenua. Di palate sui denti ne ho prese tante e un po’ ho imparato a riconoscere i segnali di pericolo.
Il fatto è che mi ci affeziono e quando me li sono scelti faccio fatica a separarmene. Ho questa difficoltà a scartare.
 
Quando devi affrontare un trasloco devi invece imparare ad eliminare il superfluo. Difficilissimo per me. Ma è un buon allenamento per farlo anche con le amicizie.
Togliere le zavorre, i rami secchi, il superfluo, appunto.
 
Oggi ho aperto gli scatoloni con scritto “Fotografie”.
Fortunatamente sono sempre stata abituata a catalogare le foto secondo un ordine rigorosamente cronologico. Ogni annata si trova in scatole da scarpe più piccole.
Poi ci sono gli album, per le foto a tema e per le vacanze.
Finché ho usato la macchina analogica a rullino.
Poi il computer si è inglobato foto e ricordi, che non sono più rinchiusi in scatoloni polverosi, ma in files e cartelle, floppy disk e chiavette usb, cd-rom e dvd.
Tornare per alcune ore alle foto che si toccano, si annusano, si sfogliano è stata un’emozione. Avevo dimenticato queste sensazioni. Certo, la tecnologia è comoda, occupa poco spazio, ma non è per niente poetica.
Per affrontare questa sezione di passato ho dovuto predisporre di fianco a me, a portata di zampa, il mio kit di sopravvivenza: telefonino, sigarette, posacenere e birretta ghiacciata. Il telefonino, più che per lo scopo per cui è stato brevettato, a me serve come timer.
Sì, sono una fissata dei timer. Lo uso per cucinare, per ricordare quando inizia un programma alla tele, per quando devo togliere la crema depilatoria. In questo caso lo uso per farmi capire che è ora di smettere e che le mie articolazioni potrebbero subire danni irreversibili se restassi ancora un secondo in quella posizione.
Perché gli scatoloni si svuotano rigorosamente in posizioni scomodissime, specialmente se non sei più una ragazzina. Io ho la peculiarità che se mi immergo in ricordi sentimentali, dimentico chi sono, dove sono, come sono seduta e poi me ne pento amaramente. Quindi ho trovato il rimedio: il timer del telefonino.
 
.
Scritto da: ariet64 alle ore 11:24 | link | commenti | categoria: capitolouno
giovedì, 01 maggio 2008
PREFAZIONE
Un trasloco, una casa invasa da scatoloni. Ogni scatolone contiene un pezzo della tua vita. Ti aggiri tra loro leggendo le scritte in pennarello che catalogano quei pezzi e li mettono insieme in ordine sparso.
Sei sola di fronte ai ricordi, devi solo lasciarti andare, svuotarli e riempire di nuovo i tuoi spazi.
Spazi immensi, stanze bianche e vuote, con la voce che rimbomba, con fili elettrici penzolanti e odore di intonaco fresco.
Hai atteso tanto questo momento, l’hai sognato, ci hai pensato tanto, l’hai organizzato nei minimi particolari.
Ora hai il tempo che ti serve davanti: un’estate calda, giornate lunghe e tutte le tue ferie.
Ma quegli scatoloni ti guardano, un po’ minacciosi, e non riesci ad affrontarli, rimandi, li sai solo spostare da un angolo all’altro del garage, li impili, li sistemi sulle scaffalature.
Però prima o poi dovrai fartene una ragione ed aprirli.
Uno dopo l’altro, con pazienza.
Gli amici che ti hanno aiutato a portarli lì non ci sono, adesso. E’ un lavoro che spetta a te soltanto. Loro ti hanno dato le braccia per fare la spola dal bilocale dove abitavi prima in affitto nel centro storico alla tua nuova casa di proprietà, caricando le macchine fino a scoppiarle.
Ieri sera erano lì con te, per la prima cena di inaugurazione, sul tavolo e le sedie da campeggio, col pane e il salame dello zio di Cristiano, il vino di Lorenzo, che fa schifo, ma va bene lo stesso, con la pasta fredda di Simona, con la torta rustica della mamma di Michele e la crema al limoncello di Elena.
Per terra le candele, perché Andrea deve ancora venire a fare i collegamenti elettrici e a mettere le lampadine, piatti e bicchieri di plastica colorata, a dare allegria.
Brindisi e risate, i primi regali, come per un matrimonio.
Ma qui non ci sono due sposi ad aprirli e a ringraziare commossi.
Ci sei tu, soltanto tu, con un sorriso a metà, perché sei la metà di quello che dovresti essere qui, stasera, e tutti lo sanno.
Non era così che doveva andare, nei tuoi sogni, nei tuoi programmi, ma sogni e programmi non sempre vanno a buon fine. E adesso stai aprendo quei pacchetti con la carta multicolore, stai tirando fuori uno dopo l’altro quei segni di amicizie cresciute pian piano e che adesso ti sono vicine, vogliono farti capire che ti sostengono, che ti appoggiano, ma che la parte principale la devi fare te, dentro di te.
Bello il portamestoli, carina la tovaglia, grazie, grazie, bacio. Ma dai, un quadro di Van Gogh, il mio preferito, starà bene sopra la televisione. Non dovevate disturbarvi, avete già fatto tanto…
Ora restano i sacchi delle immondizie con i piatti e i bicchieri sporchi, la carta da regalo stracciata, che porta bene, i mozziconi di sigaretta, i tovaglioli di carta, le candele consumate.
E tu lì, seduta per terra, col pensiero agli scatoloni di sotto da svuotare.
 
 
Scritto da: ariet64 alle ore 10:37 | link | commenti (2) | categoria: prefazione